Mese: Maggio 2020

Come funziona l’algoritmo di LikedIn

3′ 30″ Tempo di lettura

Oggi vorrei approfondire con voi come funziona l’algoritmo di LinkedIn. Le domande che ci poniamo potrebbero essere:

  • Come funziona l’algoritmo?
  • Quali sono per lui i contenuti più interessanti?
  • Come faccio a creare contenuti interessanti?
  • Quando e a che ora devo pubblicare?

Incuriosita ho voluto partecipare al Webinar proposto da SemRush, con Gaetano Romeo e Maria Letizia Russo. Ed ecco quindi le risposte alle domande che mi sono posta e che probabilmente tutti ci poniamo!

Come funziona l’algoritmo

Il punto fondamentale da tenere a mente su questa piattaforma, è che non si basa su un concetto di “freshness”, ma su un algoritmo. Sia che il vostro profilo sia un Personal Brand o un’azienda, LinkedIn dà la priorità a contenuti con i quali è più “facile” interagire. Come sulle piattaforme Facebook e Instagram, vengono premiati contenuti interessanti e pertinenti.

Come vengono classificati i contenuti

  • La reputazione del tuo account e i contenuti che pubblichi.
  • Le interazioni che hanno avuto gli utenti con i contenuti pubblicati in precedenza.

E come si comporta quindi l’algoritmo?
Ogni volta che pubblichiamo un contenuto, l’algoritmo del feed di LinkedIn ne prende visione e determina se il contenuto risulta spam o di bassa qualità. Attenzione perché il sistema può anche rimuovere i contenuti dal feed!

Oltre al contenuto del post, guarderà voi e la vostra rete, sarà lui a scegliere in base alla vostra rete e al vostro pubblico, se il contenuto è di potenziale gradimento per gli utenti. Questo perché vuole evitare di premiare gli account spam o poco interessanti.

Infine, il contenuto verrà esaminato dagli editor, che valuteranno se continuare a mostrarlo, o inserirlo in un altro canale. Il loro obiettivo è sapere esattamente perché il vostro post sta andando così bene, lasciando girare il contenuto nella mischia; continuando il percorso nel feed, infatti, si possono trovare anche articoli già visti, magari della settimana precedente.
Insomma dovete guadagnarvi la stima dell’algoritmo, prendervi il vostro posto nella rete, e avere un livello alto di interazioni.

Ottimizzare i post

Le stesse tecniche che utilizziamo per gli altri social media vanno [teoricamente] bene. LinkedIn è però una piattaforma che richiede prettamente un tono professionale, senza però precludersi la libertà di dare personalità ai contenuti, attraverso emoji, battute e perché no… anche un po’ di sarcasmo!

La maggior parte degli utenti entra attraverso il proprio smartphone, quindi servono post con immagini interessanti e con una comunicazione accattivante. Utilizzare quindi hashtag ed emoji in modo professionale… e saggiamente!
Create contenuti che possano aiutare qualcuno, attraverso i vostri consigli, che siano interessanti e soddisfino la rete di connessioni.

Quando e a che ora?

Non esiste una regola o un giorno perfetto, anzi, l’algoritmo richiede irregolarità! Per esempio pubblicare di domenica – dove si pensa che nessuno sia connesso – “sorprenderà” l’algoritmo e gli offrirà un contenuto da mostrare in rete!

In conclusione, LinkedIn valuta la qualità, la pertinenza e la frequenza dei contenuti pubblicati attraverso la vostra pagina e tiene traccia di quanti “mi piace”, commenti e condivisioni ricevono i post, anche attraverso influencer e collaboratori.

LinkedIn premia le pagine che puntano su di lui. Invitare gli utenti – o i partner – a interagire con i vostri post, avrà un impatto positivo: vi farà guadagnare punti!
Consiglio sempre di analizzare i propri, grazie ai quali potremo capire su che tipo di contenuti puntare, e qual è la strategia da adottare per far lavorare l’algoritmo per noi.

Insomma… non serve essere un “guru” o parlare sempre di sé, per l’algoritmo risulterà poco interessante. Piuttosto create contenuti che possano aiutare, consigliare e soprattutto interagire con la rete.

Spero di avervi tolto qualche dubbio su come funziona l’algoritmo di LinkedIn… e grazie a SemRush!

Conversioni Cross Device in Epoca CoVid

2’15” Tempo di lettura

Io vi avevo messi in guardia qualche settimana fa… quando parlai di un funnel Digital (e non solo), fortemente viziato dalla straordinaria situazione nella quale ci troviamo. Nell’articolo 13 mesi di Digital Marketing, avevamo infatti affrontato il tema di come ciò che solitamente diamo per scientificamente scontato, stava subendo delle notevoli variazioni.

Avevo anticipato questo tema ponendo un interrogativo tattico. Meglio star fermi o presidiare i canali? Poi ne ha parlato anche il Global Head of Growth Lab di Google, Matthieu Pellerin sul Think With Google di aprile 2020.

La doverosa premesse introduttiva, è in realtà parte integrante dell’assunto di cui sotto. Non si tratta di una supposizione basata su credo o esperienze, ma di un fatto reale da ritenersi scientifico. Andando ad analizzare i dati, molti di voi avranno notato canali che producono maggiori conversioni o un numero di conversioni mobile, superiori al passato.

Più mobile nel funnel CoVid

La risposta che molti di voi si saranno dati e che – attenzione – non è scorretta, è che in questi giorni il numero di accessi da telefono è sinceramente superiore rispetto al passato.

In poche parole, un utente che si trovava a navigare da computer dell’ufficio e poi a proseguire con la navigazione – e il funnel – usando il telefono durante il viaggio lavoro-casa e poi il computer una volta arrivato a casa, oggi usa un unico device per compiere il suo percorso di acquisto.

Bambini inchiodati sulle console a consumare banda, PC usati per video lezioni e via dicendo, portano chiaramente a usare generalmente il proprio smartphone (magari col suo traffico dati), per consumare tutte le fasi del funnel.

Cross Device? No… mono Device!

Il risultato di questo – che poi è la sintesi del titolo dell’articolo – non è che i device mobili aumentano le conversioni e le campagne oggi hanno comportamenti anomali rispetto al passato (nei modelli di attribuzione in base alla posizione, vi sarete certamente accorti che campagne che prima producevano zero o poche conversioni, oggi invece fanno parte del funnel…).

In pratica perché questa rivoluzione? Semplicemente perché (uno tra tutti?) Google Analytics non presume più la conversione da device diversi, ma ce l’ha sotto il naso. Usando un solo device in tutte le fasi del funnel, tutte le campagne partecipano alla conversione e i dispositivi tendono ad avere tassi di conversione più alti!

A volte, quindi, la risposta è meno comportamentale di quanto si pensi… è “solo” meno tecnologica. Dove il sistema fatica a tracciare i balzi tra un device e l’altro, in una situazione anomala, con un device solo… tutto sembra improvvisamente più semplice.